Daniele Dini

Il barese Daniele Dini, full professor al prestigioso Imperial College di Londra, si racconta

Un po’ manager, un po’ scienziato

Laureato al Politecnico, guida un gruppo di ricerca di sessanta persone, provenienti
da tutto il mondo, che collabora con importanti compagnie inglesi e internazionali

Dirige uno staff di sessanta persone, provenienti da ventidue paesi dell’Europa e dal resto del mondo. Ha una lunga lista di compagnie internazionali, tra le più importanti del pianeta, con cui condivide obiettivi e strategie di innovazione e competitività. E un pacchetto di finanziamenti che si aggira intorno ai 16 milioni di sterline, quasi 19 milioni di euro, da gestire in due, tre anni al massimo. È un ruolo da scienziato e un po’ da manager quello di Daniele Dini, classe 1976, barese di nascita e londinese di adozione. Da sedici anni vive e lavora nel Regno Unito, dove ha rapidamente scalato tutti i gradi della carriera accademica. Dopo aver conseguito il dottorato ed aver completato una breve esperienza come ricercatore all’Università di Oxford, è approdato all’Imperial College di Londra, la prestigiosa università inglese specializzata in scienza, tecnologia, medicina ed economia, nella quale è attualmente strutturato come full professor (equivalente al ruolo di ordinario in Italia). La sua materia è la "Tribologia" lo studio degli attriti e dell’usura tra le superfici e la sua avventura professionale è iniziata subito dopo la laurea in Ingegneria Meccanica, conseguita con il massimo dei voti al Politecnico di Bari, a dicembre del 2000.

L’OCCASIONE GIUSTA AL MOMENTO GIUSTO

L’anno successivo, gli si presenta l’occasione della sua vita. Era l’anno, quello, dell’attacco alle Torri gemelle di New York e l’inizio della strategia del terrore globale. Sulle rotte delle metropoli occidentali viaggiavano attentatori senza scrupoli, ma anche validi studiosi di ogni nazionalità. In quello stesso momento, a Bari, cercavano il candidato giusto da poter indirizzare ad Oxford, dove offrivano una borsa di dottorato di ricerca, proprio nel settore dell’ingegneria meccanica. «Volevano un giovane brillante – racconta il professor Dini – e  fu così che i miei professori, bravi a coltivare contatti con l’estero, segnalarono me. Non ebbi nemmeno il tempo di pensarci – aggiunge – e oggi posso dire di aver colto l’occasione giusta, al momento giusto». Dopo in dottorato di ricerca conseguito nel Luglio 2004 e un anno e mezzo da ricercatore ad Oxford, Dini ha poi partecipato e vinto un concorso da lecturer (ricercatore a tempo indeterminato) all’Imperial College. Da lì è partita la scalata, sempre distinguendosi nella ricerca scientifica.

SOLIDE BASI DI PARTENZA

«Da subito, mi hanno riconosciuto un’ottima preparazione di base, nonostante ai primi tempi il mio inglese fosse veramente disastroso» dice l’accademico che, adesso, con perfetto accento londinese scherza sul suo italiano («non so più parlarlo»). Il compito del professor Dini, oggi, è soprattutto, guidare il gruppo di Tribologia («per fare lezione mi resta pochissimo tempo») del dipartimento di Ingegneria Meccanica dell’Imperial College: quaranta giovani dottorati, dieci ricercatori a tempo determinato, cinque professori ed altrettanti amministrativi e visitatori, impegnati a tempo pieno in una serie di progetti, molti dei quali in collaborazione con importanti multinazionali. Dai nuovi additivi per produrre lubrificanti che riducano l’attrito (con Afton Chemical e Shell), ai test su impatti da esplosioni e shock di vario tipo, per settore aerospaziale (con Rolls-Royce e collaborazioni varie nell’ambito nucleare). Nell’elenco dei programmi in corso compaiono molte altre compagnie del calibro di Bosch, Ford, Caterpillar, Volvo, Toyota. Il comparto automobilistico, infatti, è uno degli ambiti in cui il gruppo del professor Dini opera maggiormente. «Ma lavoriamo molto – aggiunge lo studioso – anche nel settore medico, dove stiamo sviluppando nuovi materiali per le protesi e apparecchiature all’avanguardia per la rimozione del tumore del cervello».

PUBBLICO E PRIVATO: L’ALLEANZA NECESSARIA

Il nuovo corso di laurea in Ingegneria dei sistemi medicali, avviato quest’anno dal Politecnico di Bari, è «un’ottima notizia e segno di lungimiranza», visto lo sviluppo della applicazioni in sanità su scala ormai globale. «Ancor più positivo – dice il professor Dini – è che a richiedere il corso siano state le aziende del settore, che evidentemente hanno trovato nel “nostro” Politecnico un partner affidabile per formare le nuove leve dei professionisti che il comparto stesso richiede». La collaborazione con le aziende è il tema decisivo, per l’università pubblica nella società globalizzata. «Nel Regno Unito è la regola – sottolinea il professor Dini – tanto che lavoriamo ormai quasi come se fossimo un’azienda. Sono le compagnie che vengono a cercarci, per via dell’ottima reputazione conquistata sul campo e noi forniamo loro il nostro apporto». A chi pensa a uno snaturamento dell’università pubblica, il professore risponde così: «Non è vero, anzi è l’unico modo per far sopravvivere il sistema: il sessanta per cento dei nostri fondi di ricerca sono dei privati; l’importante è mettere le cose in chiaro sul fatto che noi facciamo la ricerca dal punta di vista fondamentale e loro sviluppano i prodotti, con il nostro aiuto.  Le aziende multinazionali ora sono arrivate a capire che il loro futuro si basa sulla nostra ricerca attuale. Forse – aggiunge Dini – nei paesi anglosassoni questa caratteristica è portata all’eccesso, con il risultato che i corsi di laurea sono eccessivamente pratici». La sua preparazione, invece, «si è rivelata un’eccellente e solida base di partenza». Il sistema italiano garantisce più preparazione, lo sanno bene i grandi centri di ricerca quando devono fare reclutamento. «Un mix tra i due sistemi – conclude il professor Dini – sarebbe l’ideale, ma nel frattempo vedo che le cose stanno cambiando anche qui, si va nella direzione del modello anglosassone. E ai giovani laureati dico di tenersi sempre pronti: chi ha le carte in regola ce la farà».